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Cecco a Cena

Il ritorno dell'eroina, ma senza la stessa paura né il medesimo allarme sociale

mercoledì, 10 gennaio 2018, 19:01

di aldo grandi

Un figlio che trova il cadavere del padre con, accanto, una siringa contenente, si presume, della droga e, nella fattispecie, eroina, non è una notizia che vorremmo dare o meglio, vorremmo e dovremmo darla accompagnandola da qualche considerazione che, al contrario, la maggior parte dei colleghi e delle testate, per ragioni di spazio e di tempo, non trova e non fa. Tanti anni fa, anni Settanta del secolo scorso per intendersi, la droga era non solo una forma di protesta, ma anche una minaccia avvertita in modo abbastanza consistente in larghi strati della popolazione, soprattutto nella classe piccolo e medio borghese. Al di là delle cosiddette droghe leggere, al di là delle prime droghe sintetiche e allucinogene, al di là della cocaina che era riservata solo a pochi eletti che la conoscevano e se la potevano permettere, il vero e proprio incubo della gioventù dell'epoca era l'eroina, qualcosa di micidiale, di devastante, di inarrestabile. Nei parchi pubblici e non solo, le siringhe usate per iniettarsi la dose mortale si trovavano come le foglie d'autunno sui viali alberati della capitale. Non passava giorno senza che la carta stampata registrasse il decesso di qualche giovane trovato privo di vita con l'immancabile ago infilato nel braccio o la siringa vicina al cadavere. Da allora sono trascorsi decenni e, piano piano, c'è stato un tempo in cui l'eroina sembrava essere divenuta una droga talmente disprezzata dall'essere scomparsa o quasi dal mercato. Purtroppo si era, nel frattempo, inserita un'altra pericolosa deriva ossia la percezione dovuta al permissivismo e al garantismo dilaganti, che drogarsi non fosse poi così disdicevole e che, anzi, chi non si fosse drogato, che razza di persona era? L'anormale diventava normalità e la trasgressione elevata a principio dominante il comportamento umano. Passava, ossia, l'immagine che drogarsi, in fondo, non fosse tanto un reato e nemmeno un farsi del male, ma una sorta di vizio più o meno tollerato, più o meno consumato, più o meno smitizzato. Infine, quando ci si è resi conto, crisi economica impellente, che acquistare la cocaina era troppo dispendioso, rieccoti comparire, insieme ad altre micidiali sostanze chimiche, lei, la maledetta di sempre, l'eroina, non quella che fa piangere, commosso, il pubblico di qualche opera lirica o di altrettanti capolavori drammatici. No, l'eroina che uccide, quella che non costa poi più nemmeno così poco, ma meno di altre, che tutti pensavano, ormai, non attirasse più nessuno.

Con una piccola differenza rispetto a tanti anni fa: che non c'è lo stesso allarme sociale di allora, che oggi drogarsi è un po' come prendere un caffè, nessuno se ne meraviglia più, e la morte per overdose non fa quasi nemmeno più effetto. Un po' come la barzelletta romana in cui il figlio più piccolo va dalla madre e alla domanda che voi fa da grande?, risponde: 'L'attore'. E la madre, senza scomporsi, quasi stizzita: "Ma perché nun te droghi come tu fratello?".

Ecco la notizia di quanto avvenuto a Monsummano ci riporta alla mente una considerazione: che non ci sia più quell'attenzione e quella paura legati al mondo della droga e a chi, di quel mondo, faceva parte. Oggi spacciare è quasi una professione, ci manca solamente l'imprimatur statale e poi siamo a posto. Arriverà un giorno in cui ci saranno veri e propri spacci di droga dove dietro ogni banco un rappresentante territoriale del luogo di provenienza illustrerà gli effetti delle varie sostanze tossiche come una qualsiasi merce. 

Saremo testardi e anche retrogradi, ma a noi la droga ha sempre fatto schifo: leggera, meno leggera e pesante non importa. Metteremmo al muro e senza nemmeno usare la magica parola metaforicamente, tutti coloro che vendono la morte e uccidono la nostra gioventù. E a niente serve aggiungere che ognuno sceglie di fare ciò che vuole con la propria vita. 


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