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Cecco a Cena

Di Cesare Battisti, per noi, ce n'è solo uno e non è quello arrestato in Bolivia

lunedì, 14 gennaio 2019, 11:33

di aldo grandi

Con quel nome e quel cognome c'è da domandarsi come abbia fatto, poi, a divenire quel che è stato. Cesare Battisti da Cisterna di Latina, nato nel 1954, è un ex terrorista accusato e condannato per vari reati e latitante dopo essere fuggito dal carcere in cui si trovava, a Frosinone, nel 1981. L'altro Cesare Battisti, di questi tempi meno famoso, ma, almeno fino a qualche decennio fa, molto più conosciuto e amato, è stato uno dei protagonisti dell'irredentismo italiano, al punto da arruolarsi, benché nato in Austria, volontario negli Alpini nell'esercito italiano durante la prima guerra mondiale. Catturato, venne processato sommariamente e impiccato per alto tradimento. Durante le udienze si guardò bene dal chiedere la grazia o pietà a quello che, per lui, era il nemico. La decisione di impiccarlo - fu impiccato due volte poiché la prima corda si spezzò - era già stata presa in anticipo e quando arrivò il momento, le sue ultime parole furono, lontane anni luce da ogni apologia, «Viva Trento italiana! Viva l'Italia!». Il Cesare Battisti dei nostri tempi si è ben guardato dal riconoscere i propri reati, accettandoli tutti salvo quelli di omicidio per i quali si è detto più volte innocente. Battisti appartiene a quella folta schiera di fuoriusciti che in Francia hanno trovato, grazie alla dottrina Mitterrand, il rifugio dopo le condanne patite in Italia. Ce ne sono stati molti, durante e subito dopo gli anni di piombo, di ex terroristi o militanti che hanno cercato con una fuga all'estero di sottrarsi alla giustizia italiana anche se, indubbiamente, non sempre i criteri della sua applicazione hanno seguito una uniformità investigativa e di giudizio.

Cesare Battisti sta rientrando in Italia e, presumibilmente, sconterà il resto della propria esistenza dietro le sbarre di una cella nel carcere di Rebibbia, quello più vicino all'aeroporto militare di Ciampino e dove, da sempre, sono stati reclusi imputati colpevoli di terrorismo. Il tempo attenua, spesso, il dolore di chi ha perduto una persona cara lasciando spazio per perdoni e assoluzioni di varia natura. Non sempre, però, è così. Soprattutto in pochi si concentrano, più che sui responsabili, sulle vittime che, da quel momento, hanno vista stravolta la propria esistenza e che nessun perdono riuscirà mai a restituire la vita così come avrebbe potuto e dovuto essere essere.

Il ministro dell'Interno Matteo Salvini, intervistato proprio ieri, oltre ad aver esultato e aggiunto che anche per gli ex terroristi riparati all'estero, è finita la pacchia, ha anche detto che ci sono centinaia di casi simili a quello di Cesare Battisti. A noi, sinceramente, questa affermazione sembra esagerata nel senso che di ex terroristi sfuggiti alle patrie galere dopo essere stati condannati per omicidio, non ce ne sono poi così tanti a piede libero da qualche parte del globo. Di sicuro, almeno altri due, che presero parte, come militanti delle Brigate Rosse, alla strage di via Fani e non soltanto: Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono, il primo ormai cittadino nicaraguense a tutti gli effetti e il secondo cittadino elvetico grazie alla madre di cittadinanza svizzera.

Entrambi dovrebbero scontare qualche anno di carcere per i reati che gli sono stati attribuiti, ma, entrambi, riuscirono a riparare all'estero non senza la complicità di persone appartenenti ad apparati e, anche, a stati che li aiutarono nella fuga. Soprattutto Alessio Casimirri è la primula rossa dei latitanti, non avendo mai scontato nemmeno un giorno di prigione mentre Lojacono, sia pure nelle carceri elvetiche, qualche anno lo ha trascorso. Casimirri, lo ricordiamo, era figlio di Luciano, portavoce di tre papi, l'ultimo dei quali, Paolo VI, lanciò l'appello alle Brigate Rosse per la liberazione di Aldo Moro senza nemmeno poter immaginare che tra i suoi assassini c'era proprio quell'Alessio Casimirri che egli stesso aveva comunicato quand'era bambino. Alvaro Lojacono era figlio, a sua volta, di Giuseppe, economista e dirigente del partito comunista italiano quando il Pci era il più importante e potente partito comunista dell'Occidente.

Per tutti, anche per Cesare Battisti da Cisterna di Latina, è stata più volte chiesta la possibilità di una amnistia generale che riconoscesse negli anni di piombo una sorta di guerra non dichiarata, ma effettiva, al termine della quale lo Stato avrebbe dovuto porsi il problema di come riaccogliere coloro i quali avevano militato se non dalla parte sbagliata, sicuramente da quella perdente. Così facendo, dare una soluzione politica e anche storica del terrorismo, fenomeno molto più diffuso di quanto non si creda e al quale si sono immolati, più o meno letteralmente, più generazioni. 

La domanda è sempre la stessa: è giusto nei confronti delle vittime? In Italia, a differenza di alcuni paesi sudamericani, non c'è mai stata una dittatura contro cui combattere e la lotta armata nel nostro Paese è stata più un tentativo, abortito, rivoluzionario che non una reazione ad un clima di persecuzione politica. Se si pensa ad altri fenomeni come, ad esempio, la persecuzione nazista nei confronti degli ebrei, sono stati decine di migliaia coloro i quali sono riusciti a sfuggire, nel tempo, a condanne giuste e esemplari. Ed anche in questo caso, più ancora di altri, si sarebbero rilevate insufficienti a bilanciare il dolore della tragedia subita da milioni di persone.

C'è anche da aggiungere che, nel periodo della contestazione violenta degli anni Settanta, coloro che finivano sul banco degli imputati per reati attinenti la sfera politica, raramente se non mai i presunti colpevoli rivendicavano ciò di cui erano accusati cercando, anzi, di beneficiare di un clima esterno di tolleranza e supporto maturato in quella cosiddetta area di contiguità dove non si era né con lo Stato né con le Br.

A noi la cattura di Cesare Battisti e la sua estradizione ci confermano e ci consolano per una giustizia che, sia pure lentamente, ma, prima o poi, arriva. Che abbia un senso a così tanti anni di distanza può essere un ragionevole dubbio, ma ciò non toglie che le vittime, quelle, hanno un diritto perpetuo a far sì che giustizia sia fatta.

Se, infine, paragoniamo i due Cesare Battisti, è ben evidente come la figura del primo oscuri, completamente, quella del secondo riducendola a un ritratto, nemmeno tanto riuscito, di criminale comune senza alcuna attenuante.


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