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Monsummano

Al Teatro Yves Montand “La Bisbetica Domata” di Shakespeare

martedì, 13 marzo 2018, 11:36

La stagione 2017/2018 del Teatro Montand di Monsummano Terme, promossa dall'Amministrazione Comunale  e  Associazione Teatrale Pistoiese, con il sostegno di Unicoop Firenze, Polli e Arredamenti Goti, si conclude giovedì 15 marzo (ore 21) con il grande teatro shakespeariano, nell'originalissimo allestimento de "La bisbetica domata" a cura di Tonio De Nitto, prodotto da Factory Compagnia Transadriatica (traduzione e adattamento firmati da Francesco Niccolini),  che torna ad affrontare Shakespeare dopo le felici prove del Sogno di una notte di mezza estate e di Romeo e Giulietta.

Ancora una volta uno spettacolo corale e visionario, una grande fiaba 'noir', dove musica e rima concorrono a restituirci una sorta di opera buffa, divertente, caustica e comicamente nera. In scena, accompagnati dalle musiche di Paolo Coletta e immersi nelle scene coloratissime di Roberta Dori Puddu, l'affiatato cast della compagnia: Dario Cadei, Ippolito Chiarello, Angela De Gaetano, Franco Ferrante, Antonio Guadalupi, Filippo Paolasini, Luca Pastore, Fabio Tinella. I costumi sono di Lapi Lou, le luci di Davide Arsenio.

Un esempio di lavoro ricercato e curato nei minimi dettagli, che riesce però a parlare a tutti, anche a più livelli, decifrabile anche da parte dei giovanissimi.

Prima dello spettacolo, la degustazione gratuita, a cura di Slow Food Valdinievole e Mercato della Terra Montecatini Terme, propone una fantasia di budini (alla vaniglia, al cacao, panna cotta) dell'azienda Caseus di Fabio Lenzini (Borgo a Buggiano) con Vin Santo della Val di Nievole, prodotto da Azienda Perbaccovini di Larciano e Cooperativa Chianti Montalbano di Larciano.

"Questa è la storia di Caterina – spiega il regista De Nitto –, di sua sorella Bianca e di un intero villaggio. Questa è la storia di un villaggio che ha ferito e svenduto un bene prezioso. Questa è una storia che avrebbe potuto essere una favola. Caterina l'inadeguata, la non allineata è la pazza per questo villaggio. Dietro di lei, spigolosa ma pura e vera, un mondo di mercimoni, di padri calcolatori, di figlie in vendita, di capricci lontani dall'amore, di burattinai e burattini non destinati a vivere l'amore, ma a contrattualizzarlo. La nostra Caterina non sta a questo gioco e come in una fiaba aspetta, pur non mostrando di volerlo, un liberatore, un nuovo inizio che suo malgrado potrà costarle molto più di quanto immagini. Ed ecco che la commedia si fa favola nera, grottesca, più contemporanea forse, nel cinico addomesticamento che non è molto diverso dallo spietato soccombere..."

"Io e Tonio De Nitto – aggiunge Niccolini –decidiamo di stare dalla parte di Caterina. Anche se è antipatica, anche se è manesca e sboccata. Ma divertente, e involontariamente un po' infantile. La scena chiave, e involontaria confessione, è quando Caterina lega la sorella e picchia questa finta madonnina infilzata per farle dire chi è l'uomo che vorrebbe sposare: adolescenziale, svalvolata e romantica Caterina, altro che bisbetica. Sogna un mondo in cui ci si sposa per amore e non come una vacca data per l'accoppiamento dal padre padrone. E lo dice!, ci prova, urla la sua rabbia contro il padre-magnaccia (non è un Capuleti, ma non vedo grande differenza)..."

 

Prevendita biglietti.

Prevendita in corso alla Biglietteria del Teatro Manzoni di Pistoia (dal martedì al venerdì ore 16/19, sabato 11/13 e 16/19; 0573 991609)
Alla Biglietteria del Teatro Montand di Monsummano Terme mercoledì 14 e giovedì 15 marzo (dalle 16.30 alle 19.30, 0572 954474); la sera dello spettacolo dalle ore 20.30

Tutte le informazioni sul programma sono reperibili sul sito www.teatridipistoia.itwww.comune.monsummano-terme.pt.it e alla pagina Facebook del Teatro Montand.

 

Non aprite quella porta...

Note di Francesco Niccolini

(curatore della traduzione e dell'adattamento da Shakespeare)

Alcune opere di Shakespeare, quattro secoli dopo, non hanno perso nulla della loro bellezza. Amleto, Macbeth, Otello, Riccardo III, Romeo e Giulietta. Semplicemente perfette. Immense. Altre sue opere, qualche segno di invecchiamento lo presentano. Fra queste, Il Mercante di Venezia e La bisbetica domata. C'è qualcosa che è cambiato nella relazione fra quelle storie e il pubblico. Ai tempi di Shakespeare, Shylock era una personaggio comico e il finale con le 5 libbre di carne da amputare faceva ridere: difficile da immaginare per noi, eppure gli ebrei sono stati capro espiatorio per secoli, tanto in modo sanguinario che come bersagli da deridere.Qualcosa di simile è accaduto con la Caterina della Bisbetica domata. È un personaggio ambiguo e questo lo rende affascinante: permette di leggerlo in modi diversi.

Ma, dato che Shakespeare è immenso, se non ci accontentiamo della tradizione più superficiale in cui è invecchiata la nostra Cate, scopriamo che in quella vicenda tutti i protagonisti sono ambigui e macchiati da colpe, come nella Verona di Montecchi e Capuleti. Solo che qui è tutto meno evidente, meno colorito, e non ci sono morti. Al massimo lividi, ma ben nascosti. Non ci nascondiamo dietro a un dito, però: la Bisbetica non è una commedia perfetta. Delle sbavature ce ne sono. Più d'una. Ed è chiaro che in una società profondamente maschilista dove, volere o volare, la donna – femmina e moglie – era soggiogata interamente alla volontà del marito, una bisbetica addomesticata era un bel personaggio comico: intrecciare una storia di travestimenti passioni ed equivoci come quella di Bianca e Lucenzio con quella di Petruccio e Caterina, fatta di ceffoni e doppi sensi all'inizio e botte alla fine, quando la donna perfetta si dimostra essere quella che obbedisce come un cagnolino, faceva della Bisbetica una edificante commedia a lieto fine. Un po' quello che è successo per molto tempo con la Locandiera: «Brio, brio, brio!», diceva Eleonora Duse di Mirandolina. Finché Luchino Visconti, con la sua di Mirandolina, dipinta scolorita da Giorgio Morandi e interpretata come una brutta amazzone da Rina Morelli, l'ha trasformata in una donna dalla vita difficile che sopravvive a fatica in un universo di maschi che lei disprezza e usa, senza voler cedere all'innamoramento che la coglie inaspettato. Sì, perché prima o poi l'amore arriva e ti trova impreparata, e pure lei rischia di cadere sotto i colpi dell'amore, di fronte all'ennesimo maschio sciocco e misogino che le capita davanti, il cavaliere di Ripafratta, che in quell'edizione memorabile era interpretato niente meno che da Marcello Mastroianni. Altro che brio: questa è la pietra tombale sul brio.

Il brio lasciamolo ai film superficiali e alle interpretazioni che preferiscono semplificare la complessità delle relazioni e la ferocia dei rapporti umani: se fosse una fiaba, Mirandolina sposerebbe non importa chi ma solo per amore, non per calcolo. Se fosse una fiaba, Caterina si innamorerebbe di Petruccio e Petruccio di Caterina, mentre Battista, il padre della sventurata, avrebbe parole di premura e commozione verso le figlie che vanno in sposa, e invece fa un'asta per il pezzo prezioso (Bianca) e una svendita per lo scarto recalcitrante (Caterina). No, qui nessuno si innamora e commozione non ce n'è nemmeno in fondo al barile.

Quello che trovo stupefacente in questa macchina a orologeria dalla trama non esaltante, è il ritratto spietato dei ricchi, che sono ricchi perché fanno sempre e solo la scelta più giusta rispetto al patrimonio. E guai a chi si sottrae al calcolo.

È il destino, questo sì veramente tragico, di Caterina. È antipatica, è manesca, sboccata, qualcuno dice pure pazza. A me ricorda – pur nella totale differenza caratteriale – la Valeria Golino di Respiro: non è adeguata, nel senso letterale, Caterina non si adegua. Dice la verità. Dunque è pazza. Allora, io e Tonio De Nitto decidiamo di stare dalla parte di Caterina. Anche se è antipatica, anche se è manesca e sboccata. Ma divertente, e involontariamente un po' infantile. La scena chiave, e involontaria confessione, è quando Caterina lega la sorella e picchia questa finta madonnina infilzata per farle dire chi è l'uomo che vorrebbe sposare: adolescenziale, svalvolata e romantica Caterina, altro che bisbetica. Sogna un mondo in cui ci si sposa per amore e non come una vacca data per l'accoppiamento dal padre padrone. E lo dice!, ci prova, urla la sua rabbia contro il padre-magnaccia (non è un Capuleti, ma non vedo grande differenza), e pure contro la sorella che piange e non reagisce. Nella sua ingenuità trasparente, Caterina sbaglia con Bianca: perché la sorellina ha capito tutto, ha compreso che può diventare burattinaia ma solo se finge di stare alle regole del gioco. Bianca decide, e sposa chi le pare, ha fortuna e al tempo stesso sfrutta umori e buoi dei paesi suoi. Invece Caterina vorrebbe riscrivere le regole, dire di no al padre e allo sposo canaglia, costi quello che costi.

E – inevitabilmente – gliela fanno pagare. Come a una donna indiana che non accetta di essere violentata. Come a una ragazza pakistana innamorata del giovane sbagliato. Come Giulietta. Ma qui siamo all'opposto della tragedia di Montecchi e Capuleti: là un grande amore, qui le basi di un disamore enorme. Che peccato ridurre tutto a una ragazza che piano piano si innamora del suo carnefice, e tutti vissero felici e contenti. L'umiliazione di Caterina è totale, la violenza che subisce smisurata, disgustosa e perfettamente pianificata dalla prima battuta di Petruccio: lui – interessato solo dalla ricchezza della famiglia – sa come fare, e sa che la piegherà. Con le cattive, la piegherà. E tutto il tempo della commedia (commedia?!) serve perché lui applichi il piano. Gli serve tempo, e allora Shakespeare ne offre parecchio all'intreccio comico di Bianca e dei suoi spasimanti da quattro soldi, troppo vecchi, troppo timidi, troppo viziati, troppo stupidi. Da un lato della scena si ride, ci si traveste, ci si manda bacini e dichiarazione d'amore (ti vuoi mettere con me? Si No Non so), dall'altro si esercita la violenza, a livelli da incubo: Caterina non può mangiare, non può dormire, i vestiti le vengono strappati di dosso, la luna diventa il sole e gli uomini scambiati per donne. E il peggio accade quando la porta si chiude e noi non vediamo e non sentiamo più. Potrebbe essere un film dell'orrore, di quelli che portano la moglie alla camicia di forza. Ma se di norma al cinema, all'ultimo istante, arriva un principe azzurro che ti salva appena in tempo, qui non arriva nessuno, e Caterina piega la testa, ridotta peggio di un cagnolino: qui Caterina, seduta Caterina, in piedi Caterina, fatti scopare Caterina e ora non mi rompere i coglioni Caterina. Evviva Caterina, finalmente. Ma di Caterina, quella ragazza tutto pepe e rivolta, che sognava di innamorarsi, un marito, un matrimonio e una vita sua, non c'è più traccia. Obbligata all'umiliazione totale, tutti le voltano le spalle: cosa la attende tra le mura di casa Petruccio, è solo un problema solo suo, ormai. Noi qui, dall'altro lato della scena, possiamo fingere di essere felici. 


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Lucar


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